MARION BARUCH

Nel 1948 inizia un percorso di studi presso l’Accademia di Belle Arti di Bucarest. L’anno successivo ha la possibilità eccezionale di emigrare in Israele. Continua i suoi studi presso la Bezalel Academy of Arts and Design di Gerusalemme, frequentando il corso di Mordecai Ardon. Quattro anni dopo, espone presso la Galleria Micra-Studio di Tel Aviv, il riscontro critico è molto positivo, tanto da farle ottenere una borsa di studio grazie alla quale, nel 1954, si trasferirà in Italia, dove studierà pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.

Nel corso degli anni ’60 il linguaggio pittorico di Marion Baruch muta radicalmente fino ad annunciare un sorpasso definitivo della figurazione risolvendosi in un interesse sempre più marcato per un approccio gestuale rivolto verso l’astrazione, la grafica e verso un linguaggio plastico che si paleserà tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 con una serie di sculture di grandi dimensioni.

È in questa stessa fase che l’artista incontra prima A.G. Fronzoni con l’aiuto del quale realizza due radicalissime opere di design sperimentale: Contenitore-Ambiente (1970) e Vestito-Contenitore (1970). Magistralmente fotografate da Berengo Gardin. Le immagini pubblicate da Abitare e da Domus fanno il giro del mondo. Se ne innamora il visionario produttoree di design Dino Gavina, che decide di invitare Marion a partecipare al progetto Ultramobile, un gruppo di oggetti “non-oggetti” progettati da artisti della caratura di Man Ray, Meret Oppenheim, Sébastian Matta, Allen Jones. Questa breve incursione nel mondo del design marca indelebilmente il modo di pensare l’opera di Marion Baruch, che comincia così non solo ad assimilare una pratica di tipo concettuale, ma anche a sviluppare uno spiccato interesse nei confronti della produzione industriale come dimensione imprescindibile della creazione contemporanea.

Nel 2012 nasce quindi il nuovo gruppo di lavori plastici elaborati attraverso la riscoperta di un formalismo che l’artista aveva abbandonato da tempo. I brandelli che Marion Baruch si procura, null’altro sono che rifiuti del Prêt-à-porter. La scelta di come ogni pezzo viene allestito, dà luogo ad una complessità linguistica stratificata. Dalla memoria visiva dell’artista affiorano immagini, dinamiche, volti e tecniche di una pratica artistica che riunisce diverse dimensioni espressive, traducendole in un semplice gesto e tenendo conto della fondamentale autorità della forza di gravità.
Marion Baruch ha collaborato ed esposto in diverse note istituzioni d’Europa come il Kunstmuseum Luzern, il Mamco di Ginevra, il Palais de Tokyo, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Mambo di Bologna, il Gröninger Museum e il Turner Contemporary di Margate.

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